Il Giardino Alpino “Antonio Segni” si trova a due passi dal rifugio Mario Vazzoler, sulla sommità del Col Negro di Pelsa, a 1724 m di quota. Le due strutture sono in gestione alla Sezione CAI di Conegliano (TV).
Il Giardino fa parte del Gruppo del Civetta, nelle Dolomiti Orientali. Questi monti affascinanti, di autentica e inconfondibile bellezza, sono stati da poco riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Il Gruppo del Civetta, che raggiunge con la sua cima principale i 3220 m, innalzandosi tra le valli del Cordevole e del Maè è uno dei più famosi di tutte le Dolomiti. Il profilo roccioso di questo massiccio -arcigno quanto attraente- rappresenta una delle perle paesaggistiche di queste montagne. Spartiacque tra la val di Zoldo e la valle d’Agordo, si protende verso sud a formare il gruppo della Moiazza, con cui costituisce un poderoso massiccio calcareo la cui caratteristica sono le pareti spettacolari e le cime frastagliate.
Dal giardino si ammirano le impressionanti pareti verticali dai profili disegnati della Torre Venezia (2337 m) e della Torre Trieste (2458 m).
Le specie
Il Giardino si estende su un’area di 5000 metri quadrati, all’interno della quale è presente una rete di sentieri. Il Giardino si articola principalmente in due sezioni: la prima è lasciata all’evoluzione naturale, la seconda propone i principali ambienti tipici delle Dolomiti Bellunesi.
Al momento la gestione del Giardino Botanico Alpino “A. Segni” è affidata alla sezione CAI di Conegliano, che si avvale del lavoro di volontari per la manutenzione, la messa in posa delle cartellini e la conduzione di visite guidate. È possibile che agli occhi del visitatore il Giardino appaia un po’ “disordinato”. Nonostante questo, gli ospiti appureranno personalmente che la visita del Giardino Botanico “A. Segni” rappresenta un efficace connubio tra la gita escursionistica e naturalistica e un’ottima occasione per osservare la flora dolomitica da vicino. Passeggiare lentamente lungo i sentieri è un’opportunità per dedicare attenzione al mondo vegetale, più di quanto avviene quando si procede a passo spedito, con l’unico obiettivo di raggiungere la meta il primo possibile!
La flora presente all’interno del Giardino si compone di quasi 180 specie. Sono presenti entità comuni del piano montano, subalpino e alpino ma anche specie con distribuzione circoscritta al settore alpino orientale. Tra questi sono rilevanti gli endemismi dolomitici ed est alpini come il raponzolo di roccia (Physoplexis comosa), la campanula della carnia (Campanula carnica), la bonarota comune (Paederota bonarota), la cinquefoglie delle dolomiti (Potentilla nitida), il rododendro nano (Rhodothamnus chamaecistus) e la sassifraga incrostata (Saxifraga crustata).
Tra le fioriture più sgargianti e appariscenti vi sono il giglio di San Giovanni (Lilium bulbiferum) e il giglio martagone (Lilium martagon).
Passeggiando lungo i sentieri è possibile riconoscere le diverse piante grazie ai cartellini identificativi, su questi è riportata l’iconografia della pianta e informazioni essenziali sulla stessa.
Il giardino alpino del Rifugio Vazzoler è anche su Facebook.
La vegetazione
Dal Col Negro di Pelsa si apprezza il graduale cambiamento altitudinale della vegetazione: il bosco di abete rosso, gli arbusti di Pino mugo che colonizzano i ghiaioni, le praterie sommitali.
La pecceta subalpina, caratterizzate dalla dominanza dell’abete rosso (Picea excelsa) cui si associa secondariamente il larice, è abbondantemente presente nella zona. Al suo interno prosperano specie arboreo-arbustive: il faggio (Fagus sylvatica), il maggiociondolo alpino (…), il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia) e diverse specie di salici (Salix sp.), questi ultimi indicatori della marcata umidità dell’area. Specie tipica del sottobosco della pecceta è l’orchidea più grande d’Europa: la scarpetta della Madonna (Cypripedium calceolus).
Con l’attuazione della Direttiva Europea 43/92 (Direttiva Habitat), l’area Civetta-Cime di San Sebastiano è stata nominata sito d’importanza comunitaria (SIC IT3230084). Nella zona sono presenti i seguenti habitat prioritari (cioè richiedono particolari misure di protezione):
- 9410 Foreste acidofile montane e alpine di Picea (Vaccinio-Piceetea);
- 8210 Pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica;
- 6170 Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine.
Clima
Il Giardino s’inserisce in una fascia climatica che risente fondamentalmente di due fattori: le forti escursioni termiche e le considerevoli precipitazioni piovose e nevose, queste ultime sono abbondanti e persistenti fino a tarda primavera. Non esistono dati termici registrati, ma il termometro inizia a scendere sotto lo zero, nelle ore notturne, già nel mese di settembre, per poi risalire verso la fine di maggio.
Geologia
Dal punto di vista geologico la zona è caratterizzata da un imponente massiccio di Dolomia Principale: formazione rocciosa di origine sedimentaria marina formatisi durante il Norico ( 210-228 Ma fa). La formazione a Dolomia Principale si caratterizza per gli strati ciclici e per l’elevata presenza del fossile guida Megalodon gumbelii, mollusco che prosperava sul fondo di lagune ipersaline collocate in corrispondenza di piattaforme marine.
La deposizione di sedimenti fangosi si protrasse per 10 Ma, e portò alla formazione di spessori di roccia con potenza che raggiunge e/o supera i 1000 metri. Le facies sono riconoscibili per la caratteristica stratificazione a banconi e per le formazioni organogene a stromatoliti, dovute all’attività di batteri primitivi fotosintetici: i cianobatteri o alghe azzurre.
Verso la fine triassico (215-210 Ma fa) la grande piattaforma carbonatica, su cui si era depositata la Dolomia principale, si rompe in blocchi e sprofonda: da una vastissima e complessa serie di pianure tidali, stagni e bassi fondali, la regione dolomitica si trasforma in un mare. Non si formano più depositi dolomitici ma calcari che si depositano in questi bacini profondi e ricchi di vita, fra cui i Calcari Grigi del periodo Giurassico.
Storia
I Gruppi Montuosi del Civetta e della Moiazza offrono uno dei più belli e affascinanti paesaggi delle Dolomiti Bellunesi. Da sempre questi luoghi hanno rappresentato le mete preferite da parte di numerosi amanti della montagna, di escursionisti e provetti rocciatori. I soci della sezione CAI di Conegliano hanno da tempo un forte legame per questi luoghi, nei quali gestiscono ben due rifugi alpini : il Rifugio Mario Vazzoler (dal 19..) ed il Rifugio Maria Vittoria Torrani (dal 19..).
Nel 1963 in seno alla sezione CAI di Conegliano matura l’idea di creare un Giardino Alpino. Lo scopo dell’iniziativa era quella di far conoscere, ai numerosi visitatori della montagna, la bellezza e la diversità della flora alpina dolomitica.
Le fasi del lavoro furono divise tra i soci volontari e il Corpo Forestale di Belluno che, lavorando in sinergia, portarono a termine la recinzione dell’area, la creazione degli ambienti alpini tipici e la messa a dimora delle piante.
Il giardino, intitolato all’ora Presidente delle Repubblica Antonio Segni, fu inaugurato nel giugno 1968 sul terreno di proprietà della famiglia Favretti. Alla cerimonia inaugurativa parteciparono anche i figli del Presidente Antonio Segni.
Negli anni successivi alla fondazione si comprese che il giardino richiedeva molto lavoro, e il periodo in cui era possibile eseguire le opere di manutenzione era limitato ai tre mesi estivi.
Inizialmente la sezione CAI Coneglianese, per i lavori di gestione, era supportata dal personale del Corpo Forestale di Belluno. In seguito alla conclusione della collaborazione, il giardino venne – e viene amministrato tutt’ora- da soci volontari della sezione. La conduzione di un Giardino Botanico Alpino è attività assai difficile: il breve periodo in cui è possibile eseguire i lavori, gli alti costi di gestione e l’insufficiente numero di soci volontari rappresentano fattori limitanti per l’ottimale amministrazione di un’istituzione tale.
È quindi probabile che il visitatore noterà che le aiuole non sono messe bene in evidenza, e che al loro interno non siano presenti le specie tipiche dell’ambiente che esse dovrebbero rappresentare. Un’altra conseguenza della mancanza di personale deputato alla gestione è quella della progressiva perdita di specie inserite negli anni successivi alla fondazione. Nel 1993 si contavano circa 280 specie, mentre dall’ultimo censimento, effettuato nel 2009, ne risultano circa 180. Tale diminuzione è dovuta alla mancanza di gestione (taglio e sfoltimento delle specie arboree), ma anche al fatto che da parecchi anni non vengono raccolte piante in natura da inserire nelle apposite aiuole. Originariamente nel Giardino era presente un semenzaio, cioè un graticcio formato da assi di legno, dove erano disposti i semi raccolti in natura, l’anno successivo (per molte specie alpine anche dopo più di un anno) i semi avrebbero dato la pianta da interrare nell’aiuola giusta.
Il censimento floristico effettuato durante l’estate del 2009 ha fornito la base informativa per la realizzazione dei nuovi cartellini identificatici delle specie, questi riportano informazioni sulla specie e l’iconografia della stessa, allo scopo di facilitare la comprensione da parte dei visitatori.
Gli ambienti
Il giardino è strutturato in modo da rappresentare, nei limiti delle possibilità materiali, gli ambienti naturali che caratterizzano il paesaggio Dolomitico. Percorrendo i sentieri è possibile riconoscere le fasce vegetazionali che s’incontrano durante un’escursione. Segue la descrizione di questi ambienti e delle specie più notevoli che vi crescono.
La pecceta subalpina o bosco di abete rosso
Il Giardino s’inserisce in una splendida cornice paesaggistica caratterizzata, dal punto di vista vegetazionale forestale, dalla dominanza dell’abete rosso (Picea excelsa). Il bosco di abete rosso si forma, in genere, a un’altitudine di 1500-1700 metri, è favorito da clima freddo (temperatura media annua tra i 2°C e i 4°C) e abbondante disponibilità d’acqua.
L’abete rosso è una conifera che può raggiungere i 60 metri d’altezza. Il suo nome volgare si riferisce al colore rossastro della corteccia; il suo legno ha ottime proprietà di amplificazione del suono, e per questa ragione, è utilizzato nella costruzione delle tavole armoniche degli strumenti a corde.
Dalla distillazione della resina dell’abete rosso si ricava la trementina (acquaragia). La stessa resina si usa anche per produrre il nerofumo. Dalla corteccia si estraggono i tannini, usati per la concia delle pelli.
All’abete rosso si associa in misura secondaria il larice (Larix decidua), albero che raggiunge le altitudini più elevate in montagna (2300-2400 m). Il larice è l’unica conifera dei nostri climi a perdere gli aghi nella stagione autunnale. Nei mesi autunnali le chiome dei larici virano dal verde al giallo all’arancione fornendo ai visitatori delle dolomiti un contrasto unico con le pallide pareti dolomitiche. La perdita degli aghi consente alla specie di ridurre la traspirazione fogliare e quindi di contenere la perdita d’acqua. Il larice una specie particolarmente rustica, in grado di sopravvivere in stazioni povere e colonizzare quei terreni in cui altre specie arboree non riuscirebbero a sopravvivere. Quando i larici crescono su terreni in pendenza, è la parte basale del tronco presenta una curvatura obliqua. Ciò è dovuto al fatto che quando l’alberello è ancora giovane, non ancora ben ancorato al suolo, il terreno che tende a scivolare verso il basso, lo piega verso valle. In seguito, quando le sue radici riescono ad ancorarsi su zone più profonde e stabili, l’albero si erge diritto e superbo.
Il legno del larice è forte e resistente alla marcescenza, per questo fu utilizzato per la costruzione delle flotte della Serenissima di Venezia.
Alle conifere appena citate, si aggiungono alcune specie di latifoglie come i sorbi, tra cui il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia) e il sorbo montano (Sorbus chamaemespilus), le betulle (Betula pendula e B. verrucosa) e l’acero di monte (Acer pseudoplatanus).
In questo bosco di abete rosso e larice, che nel Giardino rappresenta la porzione lasciata all’evoluzione naturale, è possibile osservare soggetti arborei di tutte le età. Il sottobosco è costituito soprattutto da ericacee come i rododendri (Rhododendron hirsutum e R. ferrugineum) e i mirtilli (Vaccinum myrtillus, quello nero, e Vaccinum vitis-idaea, quello rosso). Fra gli arbusti sono frequenti anche il caprifoglio ceruleo (Lonicera coerulea) e la rosa alpina (Rosa pendulina), fra i cui rami spiccano i bei fiori della lianosa clematide alpina (Clematis alpina).
Nel sottobosco sono presenti numerosi esemplari dell’orchidea scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus) e del giglio ricciolo di dama (Lilium martagon).
Piante erbacee tipiche sono le spigarole delle foreste (Melampyrum sylvaticum), la pirola (Pyrola media), l’anemone trifoliata (Anemone trifolia), l’epatica nobilis (Hepatica nobilis), l’aquilegia scura (Aquilegia atrata) e la fragolina di bosco (Fragaria vesca).
Gli arbusti contorti
opra il limite del bosco, dove gli alberi si fanno sempre più radi , si sviluppa la fascia vegetazionale degli arbusti contorti; il loro portamento strisciante è dovuto all’inclinazione del terreno e al peso esercitato dalla neve durante il periodo invernale.
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Nelle Alpi orientali, alle quote comprese tra i 1800 e i 2000 m, la vegetazione caratteristica è la mugheta; questa sostituisce la pecceta man mano che il suolo diventa più acclive e primitivo. La specie dominante nella mugheta è il pino mugo (Pinus mugo), conifera a portamento prostrato prodotto dall’azione meccanica della neve che lo ricopre durante la stagione fredda.
Il mugo è comune in tutto l’arco alpino, con predilezione per il settore orientale. È caratteristico dell’ambiente dolomitico, dove cresce su pendii e macereti, per questo motivo è definita una pianta pioniera, cioè colonizza per primo le zone a elevata pendenza con scarsa presenza d’acqua e materia organica. L’instaurarsi del pino mugo permette l’accumulo di humus nel suolo, che a sua volta consente la crescita di altri arbusti con minor capacità di insediarsi in ambienti proibitivi quali sono i ghiaioni come l’erica (Erica carnea) e i rododendri.
Gli aghi del pino mugo sono relativamente brevi e diritti, appaiati a due a due e di colore verde chiaro; i rami sono particolarmente elastici e resistono superbamente al peso dell’abbondante neve che li ricopre d’inverno, e forniscono un’utile protezione contro valanghe e slavine, frenando lo scivolamento delle masse nevose sui fianchi dei pendii più inclinati.
I coni (pigne) sono sessili, ossia senza picciolo, e si dipartono dal ramo in forma perfettamente perpendicolare.
Tutta la pianta è impregnata di abbondante resina con la quale vengono preparati prodotti anticatarrali e balsamici, è bene ricordare che il pino mugo è pianta protetta.
I rododendri sono considerati le più belle piante arbustive della flora alpina, meritando il nome di “Rose delle Alpi”. Un tempo i botanici li chiamavano “Balsamum alpinum”, in virtù della ricchezza di sostanze volatili balsamiche contenute nelle loro foglie. Questi arbusti prediligono le zone ombrose, e i versanti esposti a nord.
Nell’arco alpino sono presenti due specie di rododendri: il rododendro rosso (R. ferrugineum) e il rododendro irsuto (R. hirsutum); essi si distinguono per caratteristiche morfologiche, esigenze edafiche e areale di distribuzione.
Il rododendro rosso è caratterizzato da piccole macchie color ruggine nel margine inferiore delle foglie. Il rododendro irsuto è caratterizzato dalla presenza di peli lungo il margine fogliare. È più gracile e piccolo rispetto al rododendro rosso, le foglie sono meno coriacee; caratteristico delle pendici calcaree prealpine esige poca materia organica, per questo motivo è in grado di insediarsi sulle rupi e sui detriti scoperti sui versanti settentrionali più umidi.
I due rododendri sono piante carpatico-alpine. Sulle alpi la loro distribuzione presenta una corrispondenza assai interessante con la distribuzione delle aree silicee (R. ferrugineum) e calcaree (R. hirsutum). Il rododendro ferrugineo è capace di insediarsi anche in regioni calcaree se trova rocce coperte da humus acido, respingendo il meno vigoroso rododendro irsuto sulle rocce e sui detriti.
Le Praterie Calcifile
Il consolidamento delle pietraie calcareo – dolomitiche è favorita dalla vegetazione e porta alla formazione di una cotica erbosa discontinua, formata da zolle aperte in forma di piccoli tappeti. Il principale artefice di questa fase dinamica è il camedrio (Dryas octopetala), i cui rami legnosi tappezzanti imbrigliano le pietre e creano piccole isole di vegetazione, nelle quali specie più esigenti sostituiscono progressivamente quelle pioniere. Il camedrio alpino appartiene alla famiglia delle Rosaceae, è originaria delle alte latitudini (regioni artiche), migrata nell’arco alpino in seguito all’eccezionale abbassamento della temperatura verificatosi nel corso delle glaciazioni quaternarie (circa 10’000 anni fa).
L’ambiente delle praterie calcifile è ben rappresentato e rappresenta il tessuto connettivo del giardino (si sviluppa tra, e spesso all’interno, delle varie aiuole tematiche). Caratteristiche sono le fioriture delle stelle alpine (Leontopodium alpinum), del cardo zampa d’orso (Cirsium erisithales) e del cardo tagliente (Cirsium helenoides). Si possono osservare diverse specie di campanula (Campanula cochlearifolia, C. persicifolia e C. scheuchzeri), la prunella delle Alpi (Prunella grandiflora), l’ornino (Hormineum pyrenaicum), e l’asteroide salicina (Buphtalmum salicifolium).
In questi ambienti si trovano specie vegetali ad uso medicinale. Queste piante ci ricordano lo scopo primigenio degli orti botanici: la coltivazione delle piante per studiarne le proprietà medicamentose!
Ecco alcuni esempi a titolo indicativo:
Millefoglio (Achillea millefolium)
Il millefoglio è dedicato ad Achille, il mitico eroe greco, che utilizzava il millefoglio per curare le ferite dei compagni durante i combattimenti.
Le sue proprietà antiinfiammatorie, digestive e sedative lo rendono particolarmente ricercato. Gode anche fama di essere un’ottima emostatica e una buona cicatrizzante; un tempo veniva usato con successo in veterinaria contro la rogna delle pecore. Secondo la cultura popolare un sacchetto dei suoi semi, appeso dentro le botti, impedirebbe ai vini di alterarsi.
Vulneraria (Anthyllis vulneraria)
La vulneraria è una vivace pianta dai fiori gialli e gonfi. Il binomio latino richiama le sue proprietà curative: ha la facoltà di cicatrizzare le ferite, arrestando le emorragie e guarendo le piaghe.
Sono utilizzati i fiori (raccolti in giugno-agosto) e le foglie (raccolte in maggio-giugno) che, grazie alle loro proprietà decongestionanti e astringenti, sono utili per curare contusioni e distorsioni, scottature ed eritemi solari, ma anche ogni forma di blanda irritazione della pelle.
Eufrasia officinale (Euphrasia rostkoviana)
L’eufrasia è una specie erbacea con piccoli fiori bianchi che può raggiungere i 40 cm d’altezza. È utilizzata tutta la pianta, che una volta seccata, può essere usata come antiinfiammatorio della zona oculare, utile per decongestionare le palpebre e alleviare i sintomi delle congiuntiviti infettive.
Gli ambienti rocciosi: le rupi e i ghiaioni
Gli ambienti rocciosi rappresentano degli habitat proibitivi per la vita delle piante: siccità, basse temperature, elevata insolazione, mancanza di un vero suolo ed esposizione al vento rendono queste zone molto inospitali e richiedono una flora oltremodo specializzata. In questi ambienti il principale fattore limitante è rappresentato dalla scarsità d’acqua superficiale, condizione dovuta all’elevata pendenza nelle rupi, e alla tessitura grossolana nei ghiaioni. Le piante che vivono in questi ambienti hanno quindi sviluppato diversi adattamenti: apparati radicali ben sviluppati in profondità (Saxifraga sp.), presenza di una copertura di peli sulla superficie fogliare per limitare al minimo l’evapotraspirazone (Globularia cordifolia), sviluppo di particolari tessuti acquiferi (Sedum album).
Alcune specie, per sopravvivere alle basse temperature, hanno dimensioni ridotte per sfruttare la copertura del manto nevoso (sotto la quale la temperatura non scende a temperature inferiori ai 0°C).
La flora dei ghiaioni
La natura calcarea del Gruppo del Civetta espone i massici rocciosi a un continuo processo di disgregazione.
Un ghiaione è una forma di accumulo derivante dalla deposizione di materiale a tessitura grossolana proveniente dalla parete rocciosa sovrastante, per effetto dell’alternanza delle fasi gelo/disgelo cui è sottoposta la roccia.
La flora caratteristica dei ghiaioni calcarei è adattata per sopperire al notevole stress meccanico prodotto dalla caduta di sassi lungo i pendii: una radice maestra profonda ancora la pianta al substrato, mentre un sistema radicale superficiale serve per l’assunzione di sali e acqua.
Un altro adattamento è la produzione di un alto numero di semi a elevata germinabilità, queste caratteristiche aumentano la probabilità che questi germinino. Infatti, la probabilità che i semi trovino un substrato favorevole al loro sviluppo è assai bassa.
L’ambiente dei ghiaioni è ben rappresentato all’interno del giardino, a titolo d’esempio si ricordano il garofanino di Steinberg (Dianthus steinbergii), il camedrio alpino (Dryas octopetala), la vedovella celeste (Globularia cordifolia), e la peverina a foglie strette (Cerastium arvense), specie che crescono molto lentamente e formano degli estesi tappeti in cui è possibile l’accumulo di materia organica.
La flora delle rocce
Una rupe è una parete rocciosa subverticale o con pendenza molta elevata. Per lo sviluppo di una flora rupicola (detta anche casmofitica) è necessario che la parete rocciosa offra un certo numero di appigli e anfratti dove possa accumularsi la sostanza organica. Queste condizioni sono spesso presenti sulle rocce calcaree, sia per le caratteristiche chimiche della roccia (dissoluzione del carbonato di calcio), che per le spaccature dovute all’alternanza dei cicli di gelo e disgelo dell’acqua (crioclastismo).
Le specie tipiche di questi ambienti presentano spesso una forma di crescita definita “a cuscinetto”, che consiste nella crescita di piccoli fusti, tutti di uguale lunghezza, strettamente uniti tra loro a formare una struttura emisferica. In questa struttura i fusti morti della pianta proteggono i fusti vivi, che ogni anno producono nuovi germogli, mentre le parti morte vengono riciclate all’interno della pianta e sfruttate come substrato di crescita. Sfruttando questo meccanismo, le piante a cuscinetto possono sopravvivere all’azione del vento e alle condizioni di bassa temperatura che si alternano al forte surriscaldamento della roccia nelle ore e nei giorni più caldi. Il raponzolo di roccia (Physoplexis comosa) è la specie più caratteristica delle rocce dolomitiche, la sua distribuzione è limitata alle rocce calcaree delle Alpi orientali; altre fioriture vistose sono quelle della potentilla penzola (Potentilla caulescens) e della bonarota comune (Paederota bonarota). Gli arbusti invece sono rappresentati dal ramno spaccasassi (Rhamnus pumilus), con crescita a “spalliera”, cioè appressata alla roccia al fine di captare il più possibile la radiazione solare. Le sassifraghe (Saxifraga paniculata e S. crustata) sono piante tipiche di questi ambienti, il significato del loro nome (dal latino saxum= roccia e frango= spezzare, rompere), deriva dalla capacità di crescere in luoghi dove la roccia è relativamente compatta. Le foglie di queste due specie sono riunite a rosetta basale, in modo da ridurre l’esposizione delle strutture vegetative all’azione degli agenti atmosferici; inoltre lungo il margine fogliare vi si possono osservare dei piccoli puntini bianchi: sono piccoli cristalli di carbonato di calcio secreti da apposite ghiandole, ubicate sul margine fogliare.
Le vallette nivali
Le vallette nivali sono luoghi dove la neve si accumula per più di nove mesi l’anno. In questi ambienti si sviluppa una flora che ha evoluto degli adattamenti per sopravvivere alle difficili condizioni climatiche. Tra questi adattamenti vi sono la brevità del ciclo vitale e la capacità di moltiplicarsi utilizzando propaguli (riproduzione vegetativa o asessuata). La stagione favorevole è, infatti, troppo breve perché garantisca lo sviluppo e la produzione dei semi (riproduzione sessuata), processo molto costoso in termini di tempo ed energia.
Il poligono viviparo (Polygonum viviparum) costituisce un esempio di quanto appena detto. Esso presenta un’infiorescenza a spiga, caratterizzata all’apice dai piccoli fiorellini bianchi, e alla base da bulbilli sferici e scuri, che servono per la propagazione vegetativa. Anche la poa alpina utilizza un espediente simile: l’infiorescenza è una pannocchia con riflessi violacei, sulla quale si possono formare per via vegetativa dei germogli. I germogli, una volta caduti a terra, sono in grado di sviluppare un individuo, assicurando così la diffusione della specie.
Gli ambienti umidi
All’interno del giardino è stato ricreato un ambiente umido, grazie alla realizzazione di un ristagno d’acqua. In quest’ambiente cresce la calta (Caltha palustre), e una fitta vegetazione di salici e caprifogli (Lonicera caerulea e L. alpina), arbusti tipici di ambienti umidi. Tra le specie erbacee si ricordano la cariofillata dei rivi (Geum rivale), la parnassia (Parnassia palustris), la taiola comuna (Tofyeldia calyculata) e il giglio dorato (Hemerocallis lilio-asphodelus).
Tipica di questi ambienti è l’erba unta bianca (Pinguicola alpina), una piccola pianta carnivora con le foglie grasse e appiccicose. Sulla pagina superiore delle fogli sono presenti delle minuscole ghiandole, destinate ad attirare e invischiare piccoli insetti che vengono poi digeriti prodotti da ghiandole apposite. Le pinguicole producono una sostanza battericida che impedisce che gli insetti catturati vadano in putrefazione mentre vengono digeriti. Secondo Linneo questa proprietà era già conosciuta da molti nordeuropei, che applicavano le foglie di queste piante sulle ferite delle mucche, per disinfettarle e favorirne la guarigione.